I Musei e i Direttori Stranieri

Musei e Direttori Stranieri: la libera circolazione dei cittadini UE anche in relazione all’accesso agli impieghi pubblici! Il rapporto tra le fonti comunitarie e nazionali.

Si è espressa l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato sul ricorso in appello proposto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo avverso la sentenza del T.A.R. del Lazio con cui, in parziale accoglimento del ricorso proposto da una candidata alla procedura per la copertura di posti di direttore del Palazzo Ducale di Mantova e della Galleria Estense di Modena, sono stati annullati gli atti conclusivi di tali procedure.

Occorre ricordare che già la sesta sezione del CdS si era espressa, con la sentenza del 2 febbraio 2018,definendo il giudizio con riferimento all'assegnazione del posto di Direttore della galleria Estense di Modena.

E' stato interessato il Consiglio di Stato, in Adunanza Plenaria, con particolare riferimento all’incarico di direttore del Palazzo Ducale di Mantova, per il quale la ricorrente ha espresso dubbi di legittimità poichè il vincitore della selezione non risulta avere la cittadinanza italiana.
In particolare (ad avviso della Sezione remittente): "- mentre nel giudizio definito con la sentenza da ultimo richiamata il Giudice di appello ha potuto disporre la disapplicazione della disposizione regolamentare in contrasto con il diritto UE per essere stato proposto uno specifico motivo di appello in tal senso, - al contrario, nel presente giudizio non sarebbe possibile procedere a una siffatta disapplicazione ex officio per non essere stato formulato uno specifico motivo di appello volto a lamentare l’illegittimità de iure communitario delle richiamate disposizioni regolamentari e a
chiederne conseguentemente la disapplicazione. Oltretutto, l’eventuale rilievo ex officio di tale forma di illegittimità (e la conseguente disapplicazione regolamentare di carattere officioso) si porrebbe in contrasto con il principio di corrispondenza fra il chiesto e il pronunciato di cui all’art.
112 cod. proc. civ.".


Occorre sin da subito chiarire che l'Adunanza Plenaria ha sgombrato il dubbio sulla problematica sollevata dalla sesta sezione del CdS, rilevando che "i presupposti individuati nella sentenza/ordinanza n. 677/2018 non trovano puntuale riscontro in atti. Risulta invero che, in sede di articolazione dell’appello, il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha – contrariamente a quanto dedotto nell’ambito della richiamata sentenza ordinanza – individuato specifici motivi di illegittimità a carico delle previsioni del d.P.C.M. 174 del 1994 (in particolare, per violazione del diritto eurounitario) e ne ha contestualmente – ed espressamente – chiesto la disapplicazione", invocando anche una interpretazione restrittiva della stessa norma.

Il Ministero ha rilevato, nel proprio ricorso, l’efficacia diretta delle disposizioni del TFUE – e della pertinente giurisprudenza della Corte di giustizia - in tema di libera circolazione dei cittadini UE anche in relazione all’accesso agli impieghi pubblici (salve le eccezioni di cui al paragrafo 4 dell’articolo 45 del TFUE, da interpretare comunque in modo restrittivo), sottolineando “[la] conseguente necessità di interpretare restrittivamente, quando non di disapplicare, le disposizioni nazionali in materia di riserva di accesso agli impieghi pubblici ai cittadini italiani (…)”.

L'Adunanza Plenaria ha osservato, alla luce delle varie relazioni, che la sesta sezione del CdS ben poteva rilevare la non applicabilità della disposizione in contrasto con il diritto UE, senza "disturbare" la stessa Adunanza Plenaria.

Inoltre, il Collegio ha rilevato che il problema dei limiti alla disapplicazione officiosa del
regolamento illegittimo risulti al più confinato alle ipotesi – che qui non ricorrono - in cui il profilo di illegittimità derivi da profili diversi dal contrasto con il diritto UE. In particolare, con la sentenza 10 novembre 1994, n. 384 la Corte costituzionale ha chiarito che “[le] norme contrarie al diritto comunitario (…) dovrebbero comunque essere disapplicate dai Giudici e dalla P.A.”. Con la successiva sentenza 7 novembre 1995, n. 482 la Corte costituzionale ha inoltre stabilito che le norme comunitarie muovono su un piano diverso da quello proprio delle norme nazionali (anche di rango regolamentare). Conseguentemente, “il rapporto tra le due fonti è di competenza e non di gerarchia o di successione nel tempo, con l'effetto che la norma nazionale diviene non applicabile se e nei limiti in cui contrasti con le disposizioni comunitarie precedenti o sopravvenute (sentenze nn. 389 del 1989 e 170 del 1984)”.

In definitiva, ha detto il Collegio, la piena applicazione del principio di primauté del diritto eurounitario comporta che, laddove una norma interna (anche di rango regolamentare) risulti in contrasto con tale diritto, e laddove non risulti possibile un’interpretazione di carattere conformativo, resti comunque preclusa al Giudice nazionale la possibilità di fare applicazione di tale norma interna.
I princìpi appena richiamati risultano tanto più pregnanti nelle ipotesi in cui – come nel caso in esame - non solo il Giudice nazionale debba astenersi dal dare applicazione nell’ordinamento interno a una disposizione in contrasto con il diritto UE, ma per di più possa (e anzi, debba) riconoscere diretta applicazione a una disposizione chiara e di fatto autoapplicativa quale il paragrafo 3 dell’articolo 45 del TFUE (il quale limita la possibilità di derogare al generale principio della libertà di circolazione dei lavoratori ad ipotesi nel complesso residuali).