Il dipendente può invocare la tutela prevista dall'istituto del whistleblowing solo per rappresentare fatti antigiuridici nell'esercizio del pubblico ufficio

Anche la giurisprudenza ordinaria si esprime sull'applicazione dell'istituto del whistleblowing. Nella fattispecie, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 1476/2018, ha affrontato il caso in
cui un dipendente, utilizzando le credenziali di un suo collega, ha riscontrato la vulnerabilità del sistema utilizzato dalla P.A. di appartenenza, per elaborare un falso documento, successivamente cancellato.

Il Dipendente, per tale comportamento, ha invocato la tutela di cui agli artt. 54 e 54 bis del D.Lgs. n. 165/2001 che prevedono gli
obblighi di informazione utili per prevenire illeciti di cui alla Legge n. 190/2012.

In particolare, l'art. 54 del D.Lgs. n. 165/2001, rubricato "Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti" prevede espressamente
quanto segue: "Il pubblico dipendente che, nell'interesse dell'integrità della pubblica amministrazione, segnala al responsabile
della prevenzione della corruzione e della trasparenza di cui all'articolo 1, comma 7, della legge 6 novembre 2012, n. 190, ovvero
all'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC), o denuncia all'autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile, condotte illecite di cui è
venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito, o sottoposto ad altra misura organizzativa avente effetti negativi, diretti o indiretti, sulle condizioni di lavoro determinata dalla segnalazione.
L'adozione di misure ritenute ritorsive, di cui al primo periodo, nei confronti del segnalante è comunicata in ogni caso all'ANAC
dall'interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell'amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere. L'ANAC informa il Dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei ministri o gli altri
organismi di garanzia o di disciplina per le attività e gli eventuali provvedimenti di competenza".

Nel caso posto all'attenzione della Suprema Corte, il ricorrente ha invocato violazione di legge e vizio di motivazione della sentenza della Corte Territoriale. I Giudici hanno esaminato - preliminarmente - i propositi propri della ratio dell'istituto del whistleblowing, sottolineando che sono, principalmente, due gli obiettivi della norma:
1. favorire l'emersione di comportamenti corruttivi;
2. tutelare il soggetto che segnala tali illeciti.

Nel caso di specie, al contrario, il dipendente ha svolto attività investigative che esulano dal significato della norma. La Corte, infatti, ha sottolineato che "la normativa citata si limiti a
scongiurare conseguenze sfavorevoli, limitatamente al rapporto di impiego, per il segnalante che acquisisca, nel contesto lavorativo, notizia di un'attività illecita, mentre non fonda alcun obbligo di attiva acquisizione di informazioni, autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti posti dalla legge".